Legge sulle DAT incostituzionali? A cura dell’ Avv. Oscar Manca

Il disegno di legge in questione, in primis, tratta del rapporto medico–paziente, descritto singolarmente come l’incontro tra due autonomie. Tale rapporto è, invero, asimmetrico: v’è un soggetto portatore di un bisogno e un medico che può provare a rispondere con scienza e coscienza.

In secondo luogo, de facto, introduce la possibilità che un paziente venga lasciato morire, non certo dignitosamente, di fame e di sete, qualificando come “trattamenti sanitari” la nutrizione e l’idratazione artificiale. Questi, fino ad oggi, erano considerati come “sostentamento vitale di base”, in quanto delle “procedure assistenziali non costituiscono atti medici solo per il fatto che sono messe in atto inizialmente e monitorate periodicamente da operatori sanitari” (Comitato Nazionale Bioetica, anno 2005).

Per quanto attiene ai minori d’età o agli incapaci, il consenso al trattamento sanitario è rifiutato dal genitore o dal tutore, “nel pieno rispetto della sua dignità”. Tale concetto non è strettamente giuridico, è piuttosto labile, si presta ad una pluralità di interpretazioni, come testimonia la storia del XX secolo.

Infine, il d.d.l. tratta delle “DAT”: in previsione di una propria futura incapacità, è possibile esprimere il proprio consenso o il rifiuto ai trattamenti sanitari. Tuttavia, si vorrebbe equiparare un consenso/dissenso attuale, informato, specifico, univoco a quello virtuale, futuro, disinformato proprio poiché espresso dinanzi ad un quadro non ancora compiuto di eventi.

Il medico è descritto quale esecutore di ogni volontà del paziente, eppure la professione è definita da scopi specifici, e si può ben discutere che tra questi ci sia anche il dare o facilitare la morte del paziente.

 

Incontro informativo sulla Legge del Testamento Biologico (DAT)

Incontro informativo sulla Legge del Testamento Biologico (DAT)
rivolto agli operatori della Curia Diocesana di Cagliari

Martedì 9 gennaio presso la sala Benedetto XVI alle ore 11, si è tenuto un primo incontro rivolto agli operatori degli uffici pastorali della curia diocesana, sul tema della Legge recentemente approvata dal Senato sul testamento biologico dal titolo: “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”. Ha partecipato all’incontro l’Arcivescovo di Cagliari e Presidente della CES, S. E. Mons. Arrigo Miglio, il quale ha rivolto un saluto ai partecipanti e ha lodato l’iniziativa finalizzata a conoscere la Legge nel confronto con quanto la dottrina della Chiesa ha sempre ribadito nella continuità del Magistero ecclesiale. L’incontro ha visto come relatori alcuni esperti nelle scienze giuridiche e mediche ed è stato moderato dal Prof. don Paolo Sanna Docente di Bioetica alla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Hanno partecipato come relatori esperti l’avv. Oscar Manca, il Prof. dr. Giuseppe Castello, medico e docente della Pontificia Facoltà Teologica, e il dr. Luigi Cadeddu, medico presso il 118 della ASL. Dopo le tre relazioni con le quali è stata presentata la Legge sotto molteplici angolature, i partecipanti hanno rivolto ai relatori le proprie domande evidenziando alcune perplessità sulla conformità della Legge al dettato costituzionale, sul diritto alla tutela della vita e della salute del pazienze, sull’obiezione di coscienza e sul protocollo di emergenza, temi che appaiono affrontati in modo non esaustivo e quantomeno controverso dalla legge in questione. L’incontro si è concluso con l’auspicio di iniziare una serie di incontri tematici sul fine-vita rivolti ad un uditorio più ampio, coinvolgendo esperti giuristi e medici, per permettere a tutti la giusta informazione nel pieno rispetto della salvaguardia della libertà di pensiero per tutti i cittadini, ma soprattutto nel pieno rispetto del valore intangibile della vita umana e della sua dignità.

Costituzione Apostolica «Veritatis gaudium» circa le Università e le Facoltà ecclesiastiche

La gioia della verità (Veritatis gaudium) esprime il desiderio struggente che rende inquieto il cuore di ogni uomo fin quando non incontra, non abita e non condivide con tutti la Luce di Dio[1]. La verità, infatti, non è un’idea astratta, ma è Gesù, il Verbo di Dio in cui è la Vita che è la Luce degli uomini (cfr. Gv 1,4), il Figlio di Dio che è insieme il Figlio dell’uomo. Egli soltanto, «rivelando il mistero del Padre e del suo amore, rivela l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione»[2].

Nell’incontro con Lui, il Vivente (cfr Ap 1,18) e il Primogenito tra molti fratelli (cfr Rm 8,29), il cuore dell’uomo sperimenta già sin d’ora, nel chiaroscuro della storia, la luce e la festa senza più tramonto dell’unione con Dio e dell’unità coi fratelli e le sorelle nella casa comune del creato di cui godrà senza fine nella piena comunione con Dio. Nella preghiera di Gesù al Padre: «perché tutti siano uno, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi» (Gv 17,21) è racchiuso il segreto della gioia che Gesù ci vuole comunicare in pienezza (cfr 15,11) da parte del Padre col dono dello Spirito Santo: Spirito di verità e di amore, di libertà, di giustizia e di unità.

È questa la gioia che la Chiesa è spinta da Gesù a testimoniare e ad annunciare nella sua missione, senza sosta e con sempre nuova passione. Il Popolo di Dio è pellegrino lungo i sentieri della storia in sincera e solidale compagnia con gli uomini e le donne di tutti i popoli e di tutte le culture, per illuminare con la luce del Vangelo il cammino dell’umanità verso la civiltà nuova dell’amore. Strettamente collegato alla missione evangelizzatrice della Chiesa, scaturente anzi dalla sua stessa identità tutta spesa a promuovere l’autentica e integrale crescita della famiglia umana sino alla sua definitiva pienezza in Dio, è il vasto e pluriforme sistema degli studi ecclesiastici fiorito lungo i secoli dalla sapienza del Popolo di Dio, sotto la guida dello Spirito Santo e nel dialogo e discernimento dei segni dei tempi e delle diverse espressioni culturali.

Non sorprende, dunque, che il Concilio Vaticano II, promuovendo con vigore e profezia il rinnovamento della vita della Chiesa, per una più incisiva missione in questa nuova epoca della storia, abbia raccomandato nel Decreto Optatam totius una fedele e creativa revisione degli studi ecclesiastici (cfr nn. 13-22). Tale compito, dopo attento studio e sapiente sperimentazione, ha trovato espressione nella Costituzione Apostolica Sapientia christiana, promulgata da San Giovanni Paolo II il 15 aprile 1979. Grazie ad essa è stato ulteriormente promosso e perfezionato l’impegno della Chiesa a favore delle «Facoltà e le Università ecclesiastiche che si occupano particolarmente della Rivelazione cristiana e di quelle discipline che ad essa sono connesse, e che, perciò, più strettamente si ricollegano alla sua stessa missione evangelizzatrice», insieme a tutte quelle altre discipline che «pur non avendo una particolare connessione con la Rivelazione cristiana, possono tuttavia giovare molto all’opera dell’evangelizzazione»[3].

A distanza di quasi quarant’anni, in fedeltà allo spirito e agli orientamenti del Vaticano II e come sua opportuna attualizzazione, si rende oggi necessario e urgente un aggiornamento di quella Costituzione apostolica. Essa, in effetti, restando pienamente valida nella sua profetica visione e nel suo lucido dettato, chiede di essere integrata con le disposizioni normative nel frattempo emanate, tenendo conto al tempo stesso dello sviluppo nell’ambito degli studi accademici registrato in questi ultimi decenni come pure del mutato contesto socio-culturale a livello planetario, nonché di quanto raccomandato a livello internazionale in attuazione delle varie iniziative, cui la Santa Sede ha aderito.

L’occasione è propizia per procedere con ponderata e profetica determinazione alla promozione, a tutti i livelli, di un rilancio degli studi ecclesiastici nel contesto della nuova tappa della missione della Chiesa, marcata dalla testimonianza della gioia che scaturisce dall’incontro con Gesù e dall’annuncio del suo Vangelo, che ho programmaticamente proposto a tutto il Popolo di Dio nella Evangelii gaudium.

2. La Costituzione Apostolica Sapientia christiana ha rappresentato a tutti gli effetti il frutto maturo della grande opera di riforma degli studi ecclesiastici messa in movimento dal Concilio Vaticano II. Essa raccoglie, in particolare, i risultati raggiunti in questo cruciale ambito della missione della Chiesa sotto la guida saggia e prudente del Beato Paolo VI e insieme preannuncia l’apporto che, in continuità con essi, verrà in seguito offerto dal magistero di San Giovanni Paolo II.

Come ho avuto occasione di sottolineare, «uno dei contributi principali del Concilio Vaticano II è stato proprio quello di cercare di superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita. Oso dire che ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente»[4]. È proprio in questa luce che l’Optatam totius invita con vigore gli studi ecclesiastici a «convergere concordemente alla progressiva apertura dello spirito degli alunni verso il mistero di Cristo, il quale compenetra tutta la storia del genere umano e agisce continuamente nella vita della Chiesa»[5]. Per raggiungere questo scopo, il Decreto conciliare esorta a coniugare la meditazione e lo studio della Sacra Scrittura, quale «anima di tutta la teologia»[6] insieme all’assidua e consapevole partecipazione alla sacra Liturgia, quale «prima e necessaria sorgente di vero spirito cristiano»[7], con lo studio sistematico della Tradizione viva della Chiesa in dialogo con gli uomini del proprio tempo, in ascolto profondo dei loro problemi, delle loro ferite e delle loro istanze[8]. In tal modo – sottolinea l’Optatam totius – «la preoccupazione pastorale deve permeare l’intera formazione degli alunni»[9], così da abituarli a «guardare oltre i confini della propria diocesi, nazione o rito, e ad andare incontro alle necessità della Chiesa intera, pronti nel loro animo a predicare dovunque l’Evangelo»[10].

Tappe miliari nel cammino che da questi orientamenti del Vaticano II conduce sino alla Sapientia christiana sono in particolare l’Evangelii nuntiandi e la Populorum progressio di Paolo VI e, solo un mese prima della promulgazione della Costituzione Apostolica, la Redemptor hominis di Giovanni Paolo II. L’afflato profetico dell’Esortazione apostolica sull’evangelizzazione nel mondo contemporaneo di Papa Montini risuona vigorosa nel Proemio della Sapientia christiana là dove si afferma che «la missione dell’evangelizzazione, che è propria della Chiesa, esige non soltanto che il Vangelo sia predicato in fasce geografiche sempre più vaste ed a moltitudini umane sempre più grandi, ma che siano anche permeati della virtù dello stesso Vangelo i modi di pensare, i criteri di giudizio, le norme d’azione; in una parola, è necessario che tutta la cultura dell’uomo sia penetrata dal Vangelo»[11]. Giovanni Paolo II, dal canto suo, soprattutto nell’Enciclica Fides et ratio, ha ribadito e approfondito, nell’ambito del dialogo tra filosofia e teologia, la convinzione che innerva l’insegnamento del Vaticano II secondo la quale «l’uomo è capace di giungere a una visione unitaria e organica del sapere. Questo è uno dei compiti di cui il pensiero cristiano dovrà farsi carico nel corso del prossimo millennio cristiano»[12].

Anche la Populorum progressio ha giocato un ruolo decisivo nella riconfigurazione, alla luce del Vaticano II, degli studi ecclesiastici, offrendo insieme alla Evangelii nuntiandi, come attestato dal cammino delle diverse Chiese locali, significativi impulsi e concreti orientamenti per l’inculturazione del Vangelo e per l’evangelizzazione delle culture nelle diverse regioni del mondo, in risposta alle sfide del presente. Questa enciclica sociale di Paolo VI, infatti, sottolinea incisivamente che lo sviluppo dei popoli, chiave imprescindibile per realizzare la giustizia e la pace a livello mondiale, «dev’essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo»[13], e richiama la necessità «di uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso»[14]. La Populorum progressio interpreta dunque con profetica visione la questione sociale come questione antropologica che investe il destino dell’intera famiglia umana.

È questa la discriminante chiave di lettura che ispirerà il successivo magistero sociale della Chiesa, dalla Laborem exercens alla Sollecitudo rei socialis alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II, alla Caritas in veritate di Benedetto XVI, alla Laudato sì. Riprendendo l’invito allo slancio verso una nuova stagione di pensiero fatto dalla Populorum progressio, Papa Benedetto XVI ha illustrato la necessità impellente di «vivere e orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione»[15], sottolineando che Dio vuole associare l’umanità a quell’ineffabile mistero di comunione che è la SS.ma Trinità, di cui la Chiesa è in Cristo Gesù segno e strumento[16]. Per raggiungere realisticamente questo scopo, egli invita a «dilatare la ragione» per renderla capace di conoscere e orientare le imponenti nuove dinamiche che travagliano la famiglia umana, «animandole nella prospettiva di quella civiltà dell’amore il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura»[17] e facendo «interagire i diversi livelli del sapere umano»: quello teologico e quello filosofico, quello sociale e quello scientifico[18].

3. È giunto ora il momento in cui questo ricco patrimonio di approfondimenti e di indirizzi, verificato e arricchito per così dire “sul campo” dal perseverante impegno di mediazione culturale e sociale del Vangelo messo in atto dal Popolo di Dio nei diversi ambiti continentali e in dialogo con le diverse culture, confluisca nell’imprimere agli studi ecclesiastici quel rinnovamento sapiente e coraggioso che è richiesto dalla trasformazione missionaria di una Chiesa “in uscita”.

L’esigenza prioritaria oggi all’ordine del giorno, infatti, è che tutto il Popolo di Dio si prepari ad intraprendere “con spirito”[19] una nuova tappa dell’evangelizzazione. Ciò richiede «un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma»[20]. E in tale processo è chiamato a giocare un ruolo strategico un adeguato rinnovamento del sistema degli studi ecclesiastici. Essi, infatti, non sono solo chiamati a offrire luoghi e percorsi di formazione qualificata dei presbiteri, delle persone di vita consacrata e dei laici impegnati, ma costituiscono una sorta di provvidenziale laboratorio culturale in cui la Chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che scaturisce dall’evento di Gesù Cristo e che si nutre dei doni della Sapienza e della Scienza di cui lo Spirito Santo arricchisce in varie forme tutto il Popolo di Dio: dal sensus fidei fidelium al magistero dei Pastori, dal carisma dei profeti a quello dei dottori e dei teologi.

E ciò è d’imprescindibile valore per una Chiesa “in uscita”! Tanto più che oggi non viviamo soltanto un’epoca di cambiamenti ma un vero e proprio cambiamento d’epoca[21], segnalato da una complessiva «crisi antropologica»[22] e «socio-ambientale»[23] nella quale riscontriamo ogni giorno di più «sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie»[24]. Si tratta, in definitiva, di «cambiare il modello di sviluppo globale» e di «ridefinire il progresso»[25]: «il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade»[26].

Questo ingente e non rinviabile compito chiede, sul livello culturale della formazione accademica e dell’indagine scientifica, l’impegno generoso e convergente verso un radicale cambio di paradigma, anzi – mi permetto di dire – verso «una coraggiosa rivoluzione culturale»[27]. In tale impegno la rete mondiale delle Università e Facoltà ecclesiastiche è chiamata a portare il decisivo contributo del lievito, del sale e della luce del Vangelo di Gesù Cristo e della Tradizione viva della Chiesa sempre aperta a nuovi scenari e a nuove proposte.

Si fa oggi sempre più evidente che «c’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede. La filosofia e la teologia permettono di acquisire le convinzioni che strutturano e fortificano l’intelligenza e illuminano la volontà… ma tutto questo è fecondo solo se lo si fa con la mente aperta e in ginocchio. Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo, secondo quella legge che san Vincenzo di Lérins descrive così: “annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate” (Commonitorium primum, 23: PL 50,668)»[28].

4. In questo orizzonte vasto e inedito che si apre dinanzi a noi, quali devono essere i criteri di fondo per un rinnovamento e un rilancio del contributo degli studi ecclesiastici a una Chiesa in uscita missionaria? Ne possiamo enunciare qui almeno quattro, nel solco dell’insegnamento del Vaticano II e dell’esperienza della Chiesa maturata in questi decenni alla sua scuola, in ascolto dello Spirito Santo e delle esigenze più profonde e degli interrogativi più acuti della famiglia umana.

a) Innanzi tutto, criterio prioritario e permanente è quello della contemplazione e della introduzione spirituale, intellettuale ed esistenziale nel cuore del kerygma, e cioè della sempre nuova e affascinante lieta notizia del Vangelo di Gesù[29] «che va facendosi carne sempre più e sempre meglio»[30] nella vita della Chiesa e dell’umanità. È questo il mistero della salvezza di cui la Chiesa è in Cristo segno e strumento in mezzo agli uomini[31]: «un mistero che affonda le sue radici nella Trinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale […] e che trova il suo ultimo fondamento nella libera e gratuita iniziativa di Dio»[32].

Da questa concentrazione vitale e gioiosa sul volto di Dio rivelato in Gesù Cristo come Padre ricco di misericordia (cfr Ef 2,4)[33] discende l’esperienza liberante e responsabile di vivere come Chiesa la «mistica del noi»[34] che si fa lievito di quella fraternità universale «che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono»[35]. Di qui l’imperativo ad ascoltare nel cuore e a far risuonare nella mente il grido dei poveri e della terra[36], per dare concretezza alla «dimensione sociale dell’evangelizzazione»[37] quale parte integrale della missione della Chiesa: perché «Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini»[38]. E’ vero, infatti, che «la bellezza del Vangelo non sempre può essere adeguatamente manifestata da noi, ma c’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via»[39]. Questa opzione deve permeare la presentazione e l’approfondimento della verità cristiana.

Di qui, ancora, l’accento peculiare, nella formazione a una cultura cristianamente ispirata, a scoprire in tutta la creazione l’impronta trinitaria che fa del cosmo in cui viviamo «una trama di relazioni» in cui «è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa», propiziando «una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità»[40].

b) Un secondo criterio ispiratore, intimamente coerente con il precedente e da esso conseguente, è quello del dialogo a tutto campo: non come mero atteggiamento tattico, ma come esigenza intrinseca per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro[41], una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature.

Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, «la verità è “logos” che crea “dia-logos” e quindi comunicazione e comunione»[42]. In questa luce, la Sapientia christiana, richiamandosi alla Gaudium et spes, invita a favorire il dialogo con i cristiani appartenenti alle altre Chiese e comunità ecclesiali e con coloro che aderiscono ad altre convinzioni religiose o umanistiche, e insieme a tenersi «in relazione con gli studiosi delle altre discipline, siano essi credenti o non credenti», cercando «di ben intendere e valutare le loro affermazioni, e di giudicarle alla luce della verità rivelata»[43].

Da ciò deriva la felice e urgente opportunità di rivedere in quest’ottica e in questo spirito l’architettonica e la dinamica metodica dei curricula di studi proposti dal sistema degli studi ecclesiastici, nella loro scaturigine teologica, nei loro principi ispiratori e nei loro diversi livelli di articolazione disciplinare, pedagogica e didattica. Tale opportunità si esplicita in un impegno esigente ma altamente produttivo: ripensare e aggiornare intenzionalità e organicità delle discipline e degli insegnamenti impartiti negli studi ecclesiastici in questa specifica logica e secondo questa specifica intenzionalità. Oggi infatti «si rende necessaria un’evangelizzazione che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti valori fondamentali. È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi»[44].

c) Di qui il terzo fondamentale criterio che voglio richiamare: l’inter- e la trans-disciplinarietà esercitate con sapienza e creatività nella luce della Rivelazione. Ciò che qualifica la proposta accademica, formativa e di ricerca del sistema degli studi ecclesiastici, sul livello sia del contenuto sia del metodo, è il principio vitale e intellettuale dell’unità del sapere nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici, correlate e convergenti espressioni.

Si tratta di offrire, attraverso i diversi percorsi proposti dagli studi ecclesiastici, una pluralità di saperi, corrispondente alla ricchezza multiforme del reale nella luce dischiusa dall’evento della Rivelazione, che sia al tempo stesso armonicamente e dinamicamente raccolta nell’unità della sua sorgente trascendente e della sua intenzionalità storica e metastorica, quale è dispiegata escatologicamente in Cristo Gesù: «In Lui – scrive l’apostolo Paolo –, sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3). Questo principio teologico e antropologico, esistenziale ed epistemico riveste un peculiare significato ed è chiamato a esibire tutta la sua efficacia non solo all’interno del sistema degli studi ecclesiastici: garantendogli coesione insieme a flessibilità, organicità insieme a dinamicità; ma anche in rapporto al frammentato e non di rado disintegrato panorama odierno degli studi universitari e al pluralismo incerto, conflittuale o relativistico, delle convinzioni e delle opzioni culturali.

Oggi – come ha ribadito Benedetto XVI nella Caritas in veritate, approfondendo il messaggio culturale della Popolorum progressio di Paolo VI – «c’è mancanza di sapienza, di riflessione, di pensiero in grado di operare una sintesi orientativa»[45]. Qui si gioca, in specifico, la mission che è confidata al sistema degli studi ecclesiastici. Questa precisa e orientatrice direttiva di marcia non solo esplicita l’intrinseco significato veritativo del sistema degli studi ecclesiastici, ma ne evidenzia anche, soprattutto oggi, l’effettiva rilevanza culturale e umanizzante. In tal senso, è senz’altro positiva e promettente l’odierna riscoperta del principio dell’interdisciplinarietà[46]: non tanto nella sua forma “debole” di semplice multidisciplinarità, come approccio che favorisce una migliore comprensione da più punti di vista di un oggetto di studio; quanto piuttosto nella sua forma “forte” di transdisciplinarità, come collocazione e fermentazione di tutti i saperi entro lo spazio di Luce e di Vita offerto dalla Sapienza che promana dalla Rivelazione di Dio.

Così che chi è formato nel quadro delle istituzioni promosse dal sistema degli studi ecclesiastici – come auspicava il Beato J.H. Newman – sappia «dove collocare se stesso e la propria scienza, a cui giunge, per così dire, da una sommità, dopo aver avuto una visione globale di tutto il sapere»[47]. Anche il Beato Antonio Rosmini, sin dall’800, invitava a una decisa riforma nel campo dell’educazione cristiana, ristabilendo i quattro pilastri su cui essa saldamente poggiava nei primi secoli dell’era cristiana: «l’unicità di scienza, la comunicazione di santità, la consuetudine di vita, la scambievolezza di amore». L’essenziale – egli argomentava – è ridare unità di contenuto, di prospettiva, di obiettivo, alla scienza che viene impartita a partire dalla Parola di Dio e dal suo culmine in Cristo Gesù, Verbo di Dio fatto carne. Se non vi è questo centro vivo, la scienza non ha «né radice né unità» e resta semplicemente «attaccata e per così dir pendente alla giovanile memoria». Solo così diventa possibile superare la «nefasta separazione tra teoria e pratica», perché nell’unità tra scienza e santità «consiste propriamente la genuina indole della dottrina destinata a salvare il mondo», il cui «ammaestramento [nei tempi antichi] non finiva in una breve lezione giornaliera, ma consisteva in una continua conversazione che avevano i discepoli co’ maestri»[48].

d) Un quarto e ultimo criterio concerne la necessità urgente di “fare rete” tra le diverse istituzioni che, in ogni parte del mondo, coltivano e promuovono gli studi ecclesiastici, attivando con decisione le opportune sinergie anche con le istituzioni accademiche dei diversi Paesi e con quelle che si ispirano alle diverse tradizioni culturali e religiose, dando vita al contempo a centri specializzati di ricerca finalizzati a studiare i problemi di portata epocale che investono oggi l’umanità, giungendo a proporre opportune e realistiche piste di risoluzione.

Come ho sottolineato nella Laudato sì, «dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune»[49]. La presa di coscienza di questa interdipendenza «ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune»[50]. La Chiesa, in particolare, in sintonia convinta e profetica con l’impulso a una sua rinnovata presenza e missione nella storia promosso dal Vaticano II, è chiamata a sperimentare che la cattolicità che la qualifica come fermento di unità nella diversità e di comunione nella libertà, esige per sé e propizia «la polarità tensionale tra il particolare e l’universale, tra l’uno e il multiplo, tra il semplice e il complesso. Annichilire questa tensione va contro la vita dello Spirito»[51]. Si tratta pertanto di praticare a una forma di conoscenza e d’interpretazione della realtà, nella luce del «pensiero di Cristo» (cfr 1 Cor 2,16), in cui il modello di riferimento e di risoluzione dei problemi «non è la sfera […] dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro», ma «il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità»[52].

In realtà, «come possiamo vedere nella storia della Chiesa, il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale, bensì, “restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico e alla Tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato”[53]. Nei diversi popoli che sperimentano il dono di Dio secondo la propria cultura, la Chiesa esprime la sua autentica cattolicità e mostra “la bellezza di questo volto pluriforme”[54]. Nelle espressioni cristiane di un popolo evangelizzato, lo Spirito Santo abbellisce la Chiesa, mostrandole nuovi aspetti della Rivelazione e regalandole un nuovo volto»[55].

Questa prospettiva – è evidente – traccia un compito esigente per la teologia così come, nelle loro specifiche competenze, per le altre discipline contemplate negli studi ecclesiastici. Con una bella immagine Benedetto XVI, riferendosi alla Tradizione della Chiesa, ha affermato che essa «non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti»[56]. «Questo fiume irriga diverse terre, alimenta diverse geografie, facendo germogliare il meglio di quella terra, il meglio di quella cultura. In questo modo, il Vangelo continua a incarnarsi in tutti gli angoli del mondo, in maniera sempre nuova»[57]. La teologia, non vi è dubbio, dev’essere radicata e fondata nella Sacra Scrittura e nella Tradizione vivente, ma proprio per questo deve accompagnare simultaneamente i processi culturali e sociali, in particolare le transizioni difficili. Anzi, «in questo tempo la teologia deve farsi carico anche dei conflitti: non solamente quelli che sperimentiamo dentro la Chiesa, ma anche quelli che riguardano il mondo intero»[58]. Si tratta di «accettare, di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo», acquisendo «uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione si di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto»[59].

5. Nel rilanciare gli studi ecclesiastici si avverte la viva esigenza di imprimere un nuovo impulso alla ricerca scientifica condotta nelle nostre Università e Facoltà ecclesiastiche. La Costituzione Apostolica Sapientia christiana introduceva la ricerca come un «dovere fondamentale» in costante «contatto con la realtà stessa […] per comunicare la dottrina agli uomini del proprio tempo nella varietà delle culture»[60]. Ma nella nostra epoca, segnata dalla condizione multiculturale e multietnica, nuove dinamiche sociali e culturali impongono un allargamento di questi scopi. Difatti per adempiere alla missione salvifica della Chiesa «non è sufficiente la preoccupazione dell’evangelizzatore di giungere ad ogni persona […] il Vangelo si annuncia anche alle culture nel loro insieme»[61]. Gli studi ecclesiastici non possono limitarsi a trasferire conoscenze, competenze, esperienze, agli uomini e alle donne del nostro tempo, desiderosi di crescere nella loro consapevolezza cristiana, ma devono acquisire l’urgente compito di elaborare strumenti intellettuali in grado di proporsi come paradigmi d’azione e di pensiero, utili all’annuncio in un mondo contrassegnato dal pluralismo etico-religioso. Ciò richiede non solo una profonda consapevolezza teologica, ma la capacità di concepire, disegnare e realizzare, sistemi di rappresentazione della religione cristiana capace di entrare in profondità in sistemi culturali diversi. Tutto questo invoca un innalzamento della qualità della ricerca scientifica e un avanzamento progressivo del livello degli studi teologici e delle scienze collegate. Non si tratta solo di estendere il campo della diagnosi, di arricchire il complesso dei dati a disposizioni per leggere la realtà[62], ma di approfondire per «comunicare meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile»[63].

Affido in primo luogo alla ricerca condotta nelle Università, Facoltà e Istituti ecclesiastici il compito di sviluppare quella «apologetica originale» che ho indicato nella Evangelii gaudium, affinché esse aiutino «a creare le disposizioni perché il Vangelo sia ascoltato da tutti»[64].

In questo contesto, indispensabile diventa la creazione di nuovi e qualificati centri di ricerca in cui possano interagire con libertà responsabile e trasparenza reciproca – come ho auspicato nella Laudato si’ – studiosi provenienti dai diversi universi religiosi e dalle differenti competenze scientifiche, in modo da «entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità»[65]. In tutti i Paesi, le Università costituiscono la sede primaria della ricerca scientifica per il progresso delle conoscenze e della società, svolgendo un ruolo determinante per lo sviluppo economico, sociale e culturale, soprattutto in un tempo come il nostro segnato da veloci, costanti e vistosi cambiamenti nel campo delle scienze e delle tecnologie. Anche negli accordi internazionali viene rimarcata la responsabilità centrale dell’Università nelle politiche della ricerca e la necessità di coordinarle creando reti di centri specializzati così da facilitare, tra l’altro, la mobilità dei ricercatori.

In questo senso, si stanno progettando poli di eccellenza interdisciplinari e iniziative finalizzate ad accompagnare l’evoluzione delle tecnologie avanzate, la qualificazione delle risorse umane e i programmi di integrazione. Anche gli studi ecclesiastici, nello spirito di una Chiesa “in uscita”, sono chiamati a dotarsi di centri specializzati che approfondiscano il dialogo con i diversi ambiti scientifici. In particolare, la ricerca condivisa e convergente tra specialisti di diverse discipline viene a costituire un qualificato servizio al Popolo di Dio, e in particolare al Magistero, nonché un sostegno della missione della Chiesa di annunciare la buona novella di Cristo a tutti, dialogando con le diverse scienze a servizio di una sempre più profonda penetrazione e applicazione della verità nella vita personale e sociale.

Gli studi ecclesiastici saranno così in grado di apportare il loro specifico e insostituibile contributo ispiratore e orientatore, e potranno enucleare ed esprimere in forma nuova, interpellante e realistica il proprio compito. È sempre stato e sempre sarà così! La teologia e la cultura d’ispirazione cristiana sono state all’altezza della loro missione quando hanno saputo vivere rischiosamente e con fedeltà sulla frontiera. «Le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell’incarnazione. Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi interrogativi c’interrogano. Tutto ciò ci aiuta ad approfondire il mistero della Parola di Dio, Parola che esige e chiede che si dialoghi, che si entri in comunione»[66].

6. Quella che oggi emerge di fronte ai nostri occhi è «una grande sfida culturale, spirituale ed educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione»[67], anche per le Università e Facoltà ecclesiastiche.

Ci guidi, ci illumini e ci sostenga in questa impegnativa e affascinante stagione segnata dall’impegno a una rinnovata e lungimirante configurazione prospettica degli studi ecclesiastici, la fede gioiosa e incrollabile in Gesù crocifisso e risorto, centro e Signore della storia. La sua risurrezione, col dono sovrabbondante dello Spirito Santo, «produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia»[68].

Maria Santissima, che all’annuncio dell’Angelo ha concepito con gioia ineffabile il Verbo di Verità, accompagni il nostro cammino ottenendo dal Padre di ogni grazia la benedizione di luce e di amore che con la fiducia dei figli attendiamo nella speranza dal Figlio suo e nostro Signore Gesù Cristo, nella gioia dello Spirito Santo!

 

(Continua la lettura)

Comunicato Stampa Conferenza Episcopale Sarda

Il 5 dicembre c.m. la Conferenza Episcopale Sarda, radunata in seduta ordinaria presso il Centro di Spiritualità “N.S. del Rimedio” in Donigala Fenughedu, sotto la Presidenza di Monsignor Arrigo Miglio, ha affrontato diverse questioni riguardanti la Facoltà Teologica della Sardegna, il Seminario Regionale, l’accorpamento degli Istituti Diocesani per il Sostentamento del Clero.
In apertura di riunione, Monsignor Arrigo Miglio, ricordando la recente 28^ Settimana Sociale dei Cattolici Italiani tenutasi a Cagliari nei giorni 26-29 ottobre u.s., sottolinea le numerose testimonianze di vivo apprezzamento per l’organizzazione e per l’accoglienza ricevute da parte dei partecipanti, vescovi, sacerdoti e laici. Di particolare rilievo, ha sottolineato, il percorso di preparazione fatto non solo dalla Diocesi di Cagliari ma da tutta la Regione Ecclesiastica, soprattutto con i sei seminari di studio, i cui risultati sono confluiti nel lavori dell’importante assise. Si tratta di una preziosa eredità per il futuro, sia in termini di contenuti e di prospettive pastorali, sia per la qualità dei delegati provenienti dalle diverse Diocesi sarde. Sono un prezioso gruppo di lavoro che potrà tornare utile per future iniziative volte ad individuare e promuovere anche in Sardegna buone pratiche di lavoro.
Proseguendo la riflessione sulla lingua sarda nella Liturgia, ripresa con decisa e unanime volontà dei Vescovi da oltre un anno, si è fatto il punto sullo stato attuale dei lavori portati avanti da un’Associazione di esperti, d’intesa con la Conferenza Episcopale Sarda. Ad essi era stato affidato il compito di predisporre la traduzione dei testi dell’ordinario della Santa Messa (le parti fisse), e una decina di parti proprie relative alle feste del Signore, della Madonna e dei Santi. Una buona parte di tali testi è stata già predisposta nella variante campidanese e in quella logudorese, alcuni altri devono essere ancora completati. Tali testi verranno esaminati e valutati da una commissione presieduta da Monsignor Ignazio Sanna, vescovo delegato per la Liturgia, e composta da alcuni specialisti nelle materie interessate, Liturgia, Sacra Scrittura, Linguistica sarda. Tale commissione riferirà alla Conferenza, prima che questa approvi e inoltri alla Santa Sede la richiesta di un’approvazione ad experimentum.
La decisa accelerazione data alla questione dalla Conferenza Episcopale risponde a un’esigenza diffusa nella Regione e dall’imput a suo tempo dato dal Concilio Plenario Sardo. Naturalmente l’ultima parola spetterà alla Santa Sede, l’autorità suprema in questa come nelle questioni di maggior peso della Chiesa. La Conferenza si farà interprete della fiduciosa speranza dei fedeli sardi.
Nel corso della seduta la Conferenza ha proceduto anche al conferimento della delega per due importanti settori pastorali al nuovo arcivescovo di Sassari, monsignor Gian Franco Saba: quella della Cultura e delle Comunicazioni sociali, finora ricoperta da Monsignor Paolo Atzei, e quella per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso finora ricoperta da monsignor Roberto Carboni.
Inoltre:
– Don Ignazio SERRA dell’Arcidiocesi di Oristano, è stato nominato incaricato regionale per il Turismo
– Don Giorgio LISCI, della Diocesi di Ales-Terralba, nuovo incaricato regionale per la Pastorale della Salute
– Don Giulio MADEDDU, dell’Arcidiocesi di Cagliari, consulente ecclesiastico della sezione sarda dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI).

 

Il segretario della CES

+ Sebastiano Sanguinetti

Il messaggio dei Vescovi sardi per la Settimana sociale dei cattolici (Cagliari 26-29 ottobre)

 

 In occasione della prossima Settimana sociale dei cattolici italiani, che si svolgerà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, i vescovi sardi – riuniti in assemblea nei giorni 2 e 3 ottobre, hanno rivolto alle comunità dell’Isola il messaggio che pubblichiamo.

MESSAGGIO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE SARDA

PER LA 48ma SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI

Siamo ormai prossimi alla celebrazione della “48ma Settimana Sociale dei cattolici italiani”, sul tema «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale».

Essa si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, e ciò sollecita noi cattolici della Sardegna a riflettere con ancor più attenzione sul significato del lavoro e sulle modalità con cui viviamo i grandi e complessi problemi ad esso collegati.

Noi Vescovi, per la responsabilità pastorale verso le nostre Chiese, vogliamo perciò richiamare tutti a non perdere questa occasione: anche noi possiamo contribuire ad “aprire processi” (EG 222-225) positivi utili a  superare i problemi spesso drammatici del mondo del lavoro e ad affrontare con speranza le prospettive future.

Non è la prima volta che invitiamo a questa fatica. A pochi mesi dal pellegrinaggio di Papa Francesco a Bonaria nel settembre 2013, vi abbiamo indirizzato la Lettera pastorale “Un cammino di speranza per la Sardegna” su alcuni urgenti problemi sociali e del lavoro, e da allora abbiamo continuato ad accompagnare premurosamente l’evoluzione delle tante situazioni di crisi che purtroppo periodicamente si ripresentano nelle diverse realtà industriale, agro-pastorale e in tutti gli ambiti lavorativi della nostra Regione.

Come cristiani non possiamo dimenticare che il lavoro è sempre al servizio dell’uomo e non il contrario, e che la dignità della persona umana, che passa anche dal lavoro, non è mai calpestabile. L’impegno della Settimana sociale è già iniziato in quest’anno di preparazione: anche nelle nostre diocesi si sono svolti sei incontri, con importanti contributi di persone competenti e appassionate. Esso dovrà continuare anche dopo il convegno di Cagliari.

Vogliamo aprire lo sguardo non tanto ai numeri e alle statistiche, ma alle persone, alle vite concrete, alle speranze oltre che alle delusioni, con attenzione alla dignità di ognuno e alla solidarietà, prendendo coscienza delle presenti criticità, a partire dalla allarmante situazione della disoccupazione giovanile, ma anche guardando con attenzione alle esperienze lavorative e alle buone pratiche esistenti e dando nuovo impulso a risorse come l’artigianato, l’agricoltura, il turismo, per contribuire a trovare nuove strade e proporre all’intera società italiana una direzione di marcia che porti a superare la crisi in cui essa versa da troppi anni.

Chiediamo a tutte le nostre Comunità cristiane, a tutte le persone di buona volontà e in particolare a chi ha doveri istituzionali, di aprirsi concretamente a questo impegno e di accompagnare con responsabilità, nella preghiera e nella riflessione, la Settimana Sociale dei cattolici italiani, perché anche la nostra Chiesa di Sardegna, collaborando responsabilmente al progetto originale di Dio Creatore (Gn. 2,6ss), concorra a realizzare il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale.

Affidando questo nostro cammino di ricerca e di rinnovamento all’intercessione di Nostra Signora di Bonaria e dei nostri Santi, chiediamo per ciascuno e per ogni famiglia la benedizione del Signore.

 

Cagliari, 4 ottobre 2017

Festa di S. Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia.

 

I Vescovi della Sardegna

Monsignor Miglio continuerà il suo servizio per altri due anni

A poco più di due mesi dal compimento dei 75 anni di età, la Nunziatura Apostolica ha comunicato a monsignor Arrigo Miglio che il Santo Padre Francesco ha prorogato per altri due anni il suo mandato come Arcivescovo di Cagliari.

Come previsto dal Codice di diritto canonico, l’Arcivescovo aveva puntualmente provveduto a consegnare le proprie dimissioni nello stesso pomeriggio del suo compleanno. Conseguentemente alla decisione pontificia, il pastore della diocesi di Cagliari e presidente della Conferenza episcopale sarda, potrà così continuare, con immutato impegno, il cammino intrapreso negli anni precedenti, certo della generosa e fattiva collaborazione di tutte le componenti della comunità diocesana.

 

Biografia del Presidente della Conferenza Episcopale Sarda : 

Nato a San Giorgio Canavese in provincia  di Torino, diocesi di Ivrea il 18 luglio 1942, ha frequentato il Seminario vescovile dal 1958 al 1964. Alunno poi dell’Almo Collegio Capranica a Roma dal 1964 al 1970. Licenziato in Teologia alla Pontificia università gregoriana e in Scienze bibliche presso il Pontificio istituto biblico, è stato ordinato sacerdote per il clero di Ivrea nella chiesa parrocchiale di San Giorgio Canavese,  il 23 settembre 1967 da monsignor Luigi Bettazzi.

Nella diocesi di Ivrea ha espletato gli incarichi di vice-parroco al Sacro Cuore, direttore della casa dell’Ospitalità, vicario episcopale per la Carità, parroco al Santissimo Salvatore, vicario episcopale per la pastorale, parroco di Quassolo, poi di Lugnacco, rettore del Seminario, vicario generale dal gennaio 1980 ad aprile 1992.

Per diversi anni è stato docente di Sacra Scrittura nella Federazione degli studentati teologici di Torino. Con tale competenza per 15 anni è stato relatore nella Settimana biblica della Sardegna a Santulussurgiu. È stato segretario della Conferenza episcopale piemontese e presidente del Comitato scientifico delle Settimane sociali dei cattolici italiani fino al 2016 e membro della Commissione episcopale della Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace. È stato assistente ecclesiastico generale dell’Associazione guide e scout cattolici italiani.

Eletto alla sede vescovile di Iglesias il 20 marzo 1992, ordinato vescovo nella cattedrale di Ivrea il 25 aprile 1992, ha preso possesso il 14 giugno 1992. Trasferito alla sede vescovile di Ivrea il 20 febbraio 1999, ha preso possesso il 25 aprile 1999. Promosso alla sede arcivescovile di Cagliari il 25 febbraio 2012, ha preso possesso il 18 aprile 2012, ha inaugurato solennemente il ministero episcopale il giorno della festa della Madonna di Bonaria. Ha ricevuto il pallio da papa Benedetto XVI il 29 giugno e il 3 settembre è eletto presidente della Conferenza episcopale sarda.

 

(Fonte: Il Portico)

Mons. Gianfranco Saba, nominato nuovo Arcivescovo di Sassari

Il Santo Padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi metropolitana di Sassari (Italia), presentata da S.E. Mons. Paolo Mario Virgilio Atzei, O.F.M. Conv.

Il Papa ha nominato Arcivescovo Metropolita di Sassari (Italia) il Rev.do Mons. Gian Franco Saba, del clero della diocesi di Tempio-Ampurias, Parroco (già Rettore del Pontificio Seminario Regionale Sardo).

Rev.do Mons. Gian Franco Saba

Il Rev.do Mons. Gian Franco Saba è nato il 20 settembre 1968 a Olbia, in provincia di Sassari, nella diocesi di Tempio-Ampurias. Concluso il percorso del Seminario Minore diocesano, ha proseguito la sua formazione al sacerdozio per un biennio presso il Seminario Regionale Umbro e l’Istituto Teologico di Assisi e poi presso il Pontificio Seminario Regionale Sardo di Cagliari, conseguendo il Baccalaureato in Teologia presso la Facoltà Teologica della Sardegna.

Ha proseguito gli studi per la specializzazione presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma, ove ha ottenuto la Licenza in Teologia e Scienze Patristiche, il Diploma in Scienze Patristiche per la ricerca e la docenza ed infine il Dottorato nella stessa disciplina. Ha frequentato, inoltre, l’ISTR dell’IC de Paris per la specializzazione in “Interculturalité Religions et Societé”. Si è iscritto anche al corso di “Sistemi di comunicazione nelle relazioni internazionali” presso la Facoltà di Lettere dell’Università per stranieri di Perugia.

È stato ordinato sacerdote il 23 ottobre 1993, incardinandosi nella diocesi di Tempio-Ampurias.

Dopo l’ordinazione sacerdotale è stato Vicerettore e Rettore del Seminario Diocesano, Membro del Consiglio Presbiterale Diocesano e del Collegio dei Consultori. Dal 1998 al 2001 è stato anche Assistente Diocesano dei Giovani di Azione Cattolica e Delegato della Commissione Presbiterale Regionale, Membro della Commissione preparatoria del Sinodo Diocesano; Assistente Diocesano e Regionale del Movimento Ecclesiale d’Impegno Culturale.

Nel 2001 è divenuto Direttore dell’Istituto Diocesano di Scienze Religiose, sviluppandolo nel 2004 in Istituto Euromediterraneo-ISR e quindi in Istituto Superiore di Scienze Religiose riconosciuto dalla Santa Sede. Ha fondato e diretto il progetto editoriale dell’Istituto, la Collana di studi e ricerche di religione e società. Dal 2004 è Docente stabile associato di Teologia Patristica nella Facoltà Teologica della Sardegna.

Nel 2008 è stato nominato Amministratore parrocchiale della parrocchia di Nuchis. Dal 2010 al 2015 è stato Rettore del Pontificio Seminario Regionale Sardo di Cagliari. Dal 2015 è Parroco a Sant’Antonio di Gallura. Nel 2011 è stato nominato Cappellano di Sua Santità. Ha prodotto numerose pubblicazioni degne di nota e contributi scientifici apparsi su riviste specializzate.

ESERCIZI SPIRITUALI SACERDOTI dal 13 al 17 febbraio 2017

ESERCIZI SPIRITUALI aperti al CLERO della SARDEGNA.

Presso la casa Pozzo di Sichar (Via dei Ginepri, 32 – loc. Capitana)

Predicatore: Mons. Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina, assistente generale di azione cattolica e resp. Del COP Centro di Orientamento Pastorale, e primo direttore del servizio nazionale di  pastorale giovanile della CEI.

(Per chi desidera può contattare Il Vicario Generale di Cagliari, Mons. Franco Puddu al cell.: 3683198778 – Email: vicario@diocesidicagliari.it)

Esercizi spirituali con i presbiteri della diocesi di Cagliari (13sr-17mt febbraio 2017)
“Essere preti a tempo pieno tra la gente per la speranza viva che è Gesù”

Lunedì 13 febbraio 2017
Introduzione: Vita da preti (1)
Essere preti significa essere uomini che hanno voglia di vivere e di orientarsi a una visione del mondo che ha Dio come creatore, che impostano la vita da credenti e che si collocano nella comunità cristiana da pastori a nome di Gesù Cristo.
Domande, sensazioni, esigenze, fotografie della nostra vita di presbiteri

Martedì 14 febbraio 2017
Mattino Chi è Gesù e chi è il prete (2)
Essere cristiani con un centro che è Gesù è anche la dimensione determinante della vita di un prete. E’ una centralità da cercare per una vita di santità e da servire per la santità dei credenti.
Lettura sinottica della vita di Gesù e del prete
Pomeriggio Contemplatori di Gesù morto e risorto, speranza dell’uomo(3)
La risurrezione di Gesù è sempre per tutti la contemplazione quotidiana da fare, da vivere, da annunciare, da ripensare per ogni nostra situazione di vita.
Lectio sui vangeli della risurrezione
Dopocena
Scambio di riflessioni pastorali sulla conversione missionaria della nostra pastorale

Mercoledì 15 febbraio 2017
Mattino Dalle speranze spente alle speranze vive (4)
Il prete è portatore di speranza: la vive in sé e la dona, la cerca per sé e la cerca con gli altri; si converte dalle speranze spente alle speranze vive
Lectio su alcuni brani della I Petri
Pomeriggio La chiamata al servizio presbiterale, a mettersi al servizio della comunione ecclesiale (5)
La qualificazione che Dio ci chiede è di essere servitori della comunione e guide della vita credente. Il compito che ci chiama alla conversione e alla fiducia.
Dopocena
Scambio di riflessioni pastorali sul mondo giovanile

Giovedì 16 febbraio 2017
Mattino: La chiamata alla vita, alla fede e al ministero (6)
La vita articolata del prete nella ricerca di una forte identità umana, cristiana e presbiterale. Il celibato come ricchezza anche antropologica
Pomeriggio L’Eucaristia tormento e gioia, sogno e speranza, del presbitero per la costruzione del Regno (7)
L’Eucaristia è la nostra ragion d’essere. Tornare a riflettere sulla sua istituzione ci aiuta ad accostarla come una grande atto di misericordia di Dio per noi e un compito nostro con Lui nei confronti dell’umanità.
Dopocena
Scambio di riflessioni pastorali sulla Amoris laetitia

Venerdì 17 febbraio 2017
Mattino Maria stella della evangelizzazione e madre del presbitero (8)
Una rinnovata devozione a Maria, vista come figliolanza e corresponsabilità nel portare gli uomini a Cristo e come esempio di maternità-paternità spirituale.
Commento ragionato di alcuni brani di vangelo che ci presentano Maria, la madre di Gesù
Se non c’è spazio per questa meditazione e c’è solo la messa conclusiva, la riflessione su Maria la faremo durante i rosari

Brevi omelie ad ogni celebrazione eucaristica. L’ultima di venerdì presieduta dall’arcivescovo

Proposta di Orario della giornata

Ore 8 Preghiera di Lodi
Colazione
Ore 9 1a Meditazione

Ore 11 Esposizione del Santissimo e adorazione personale

Ore 12 .30 pranzo

Ore 15.30 2a Meditazione

Ore 18 Celebrazione Eucaristica e recita del vespro

Ore 19.30 cena

Ore 20.30 Rosario

Ore 21 Eventuale dialogo in gruppo

Il giovedì o mercoledì al posto della adorazione, una veglia penitenziale e confessioni.

Ruolo giuridico del Testimone nel Battesimo

Il Codex Iuris Canonici presenta ai cann. 849-878 l’istituto del patrinato. In essi è specificato il ruolo ecclesiale del padrino e della madrina di Battesimo\Cresima, i requisiti e il fine di questo compito così importante.

Il decreto conciliare Christifideles laici al n. 23 ricorda: “Nell’apostolato personale ci sono grandi ricchezze che chiedono di essere scoperte per un’intensificazione del dinamismo missionario di ciascun fedele laico. Con tale forma di apostolato, l’irradiazione del Vangelo può farsi quanto mai capillare, giungendo a tanti luoghi e ambienti quanti sono quelli legati alla vita quotidiana e concreta dei laici. Si tratta, inoltre, di un’irradiazione costante, essendo legata alla continua coerenza della vita personale con la fede; come pure di un’irradiazione particolarmente incisiva, perché, nella piena condivisione delle condizioni di vita, del lavoro, delle difficoltà e speranze dei fratelli, i fedeli laici possono giungere al cuore dei loro vicini o amici o colleghi, aprendolo all’orizzonte totale, al senso pieno dell’esistenza: la comunione con Dio e tra gli uomini”[1]. Anche la figura del padrino deve essere considerata come un modo concreto di svolgere una missione nella Chiesa. Il munus del padrino è inserito nella funzione ecclesiale di testimoniare  con la propria vita e le proprie scelte l’adesione alla fede e al Vangelo.

Nel recente documento della CEI Incontriamo Gesù si legge: “Se i genitori vanno riconosciuti come primi educatori della fede dei loro figli, i padrini e madrine hanno la responsabilità di collaborare con loro per accompagnare i bambini e i giovani loro affidati.  Grande cura andrà, quindi, riservata a quanti, all’interno dell’ambiente familiare o comunitario,  possono essere scelti per rivestire tale ruolo: lungi dallo svilirli a livello pratico, si tratta di  prepararne la scelta, la qualificazione e la valorizzazione. A questo scopo, a seconda delle risorse  della comunità, possono essere pensati percorsi essenziali di preparazione insieme ai genitori,  affinché i candidati a essere padrini riflettano sull’assunzione di responsabilità connessa con questo  ruolo e sulla loro testimonianza di fede”[2].

Nel contesto di questa cura e premura da parte dei Pastori della Chiesa nei confronti del ministero dei padrini, occorre specificare anche per l’ambito canonico alcune sottolineature che emergono dalla prassi ecclesiale e dall’applicazione delle norme attualmente in vigore.

Il can. 872 ha un contenuto fortemente pastorale ove si afferma che il padrino ha innanzitutto il compito di curare la maturità della fede, di aiutare e favorire nel battezzato la vita evangelica e la fede nella Chiesa che ha professato in seno alla comunità cristiana. Il Codice al can. 872 esplicita quantum fieri potest: è una norma dunque non tassativa, il che non vuol dire che sia per ciò stesso facoltativa. “Per quanto sia possibile”, indica il valore chiaro e certo della figura del padrino nella Chiesa. È un ruolo che presuppone delle qualità fondamentali: un fede matura, una età qualificata e certificata come espressione di un cammino personale già in atto, la decisione di portare avanti un compito educativo per tutta la vita. Il padrino si impegna ad essere garante dell’accompagnamento personale e della cura personalis che la Chiesa è chiamata ad offrire a ciascun battezzato. Il Signore mediante il Battesimo ci chiama per nome e ci offre, non solo una nuova dignità come figli nel Figlio, ma si impegna con noi personalmente, non ci lascia soli, ci offre un aiuto personale che arriva a noi mediante la comunità cristiana di cui il padrino o la madrina è segno e strumento. Segno come espressione della fede della Chiesa che lui per primo è chiamato a vivere, strumento in cui si attua concretamente quell’accompagnamento amoroso e paterno che esprime l’Amore del Padre per i suoi figli.

Pertanto la Chiesa stabilisce i requisiti canonici per essere ammessi dal parroco proprio in cui si ha il domicilio canonico, al fine di ricevere il nihil obstat per il ruolo di padrino.

Il can. 873 afferma che può essere ammesso solo un padrino o una madrina, oppure padrino e madrina insieme. Si esclude la possibilità di due padrini o due madrine.

 

Il can. 874 elenca i requisiti:

 

Can. 874 – §1. Perché uno possa essere ammesso all’incarico di padrino, è necessario che:

1) sia designato dallo stesso battezzando o dai suoi genitori o da chi ne fa le veci oppure, mancando questi, dal parroco o dal ministro e abbia l’attitudine e l’intenzione di esercitare questo incarico;

2) abbia compiuto i sedici anni, a meno che dal Vescovo diocesano non sia stata stabilita un’altra età, oppure al parroco o al ministro non sembri opportuno, per giusta causa, ammettere l’eccezione;

3) sia cattolico, abbia già ricevuto la confermazione e il santissimo sacramento dell’Eucaristia, e conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume;

4) non sia irretito da alcuna pena canonica legittimamente inflitta o dichiarata;

5) non sia il padre o la madre del battezzando.

  • 2. Non venga ammesso un battezzato che appartenga ad una comunità ecclesiale non cattolica, se non insieme ad un padrino cattolico e soltanto come testimone del battesimo.

 

Tra i requisiti fondamentali vengono elencati:

-L’attitudine e l’intenzione di svolgere tale incarico;

-L’età di 16 anni, tale requisito è soggetto di dispensa da parte del Vescovo o del parroco tenuto conto della giusta causa (es. l’approssimarsi del compimento dei 16 anni, la raggiunta maturità della fede a discrezione del parroco; etc..);

– Abbia ricevuto i sacramenti del Battesimo, dell’Eucarestia e della Cresima;

-Conduca una vita evangelica: si escude di conseguenza la permanenza in una scelta di vita contraria alla morale: (es.: i conviventi; coloro che sono sposati solo civilmente;  un separato o divorziato che convive con altra persona). Per contro può essere ammessa una persona sposata in Chiesa ma separata o che abbia subito il divorzio). Inoltre il parroco ha il compito di attestare la reale conduzione di una vita evangelica mediante la conoscenza diretta, domande ai candidati e se lo ritiene opportuno integrare la preparazione con una formazione prossima e immediata da impartire mediante un cammino di fede).

 

 

La Conferenza Episcopale Sarda ha elaborato un documento[3] rivolto alle comunità cristiane della Sardegna per offrire delle linee di orientamento generale sul ruolo dei padrini e delle madrine, presentando la figura del testimone al Sacramento del Battesimo e Cresima per quei casi di mancanza dei requisiti per svolgere la funzione di padrino.

Il §2 introduce la figura del padrino come testimone al battesimo: è il caso di un battesimo conferito ad una persona non cattolica. In tal caso il Battesimo si può conferire solo con la presenza di un padrino cattolico che funga da testimone.

Tale compito si inserisce nel ruolo del padrino in quanto esso non ha solo una funzione pedagogica ma ha anche quello di attestare l’avvenuto Battesimo. In quanto testimone del Battesimo ha il ruolo di testimoniare l’avvenuto conferimento del Sacramento. Ecco perché si parla di Testimone\Padrino.

Il documento della CEI Incontriamo Gesù afferma: “Si demanda alle Conferenze episcopali regionali il discernimento in materia e la valutazione dell’opportunità pastorale di affiancare – solo come testimoni del rito sacramentale – quelle persone indicate dalla famiglia che, pur non avendo requisiti prescritti, esprimono pur sempre una positiva vicinanza parentale, affettiva ed educativa”. Perciò per quanto possibile occorre dare una formazione ai Padrini\Testimoni per accompagnare i Battezzati nella scelta di vita cristiana, fatta salva la libertà del Testimone il quale non può essere obbligato a condividere o abbracciare tale scelta di vita.

L’utilità della figura del Testimone è meramente giuridica ovvero risponde alla necessità di attestazione dell’avvenuto conferimento del Battesimo\Cresima. Dal punto di vista pastorale il documento la presenta anche come una possibile soluzione per venire incontro a quelle situazioni di incompatibilità dei requisiti dovuti per il ruolo di padrino.

Nel Codice troviamo il ruolo di Testimone anche nel can. 1108[4] riferito alla forma canonica del Matrimonio religioso. Al fine di ottenere un consenso valido,  Ad validitatem occorre la presenza concomitante di due testimoni, l’assistente come teste qualificato, valido consenso dei nubendi. Nel caso del Battesimo o Cresima il Testimone ha il compito solo di attestare l’avvenuto conferimento, dunque non occorre per la validità del sacramento. Di conseguenza la figura del testimone non è sottoposta a nessuna condizione. L’unico requisito richiesto è che la persona scelta come testimone sia fornito di uso di ragione e che sia capace di testimoniare). Introducendo tale figura viene data la possibilità di far fronte ad alcune situazioni in cui sarebbe impossibilitata la persona a fare da padrino: (la casistica apre un vasto ventaglio, es.: appartenente ad altre confessioni di fede, atea o agnostica, divorziata e risposata, chi è iscritto ad associazione contraria ai fini della Chiesa come la massoneria, etc.). Nel caso dei fedeli ortodossi (cfr. can. 685 §3) è data facoltà di ammettere un padrino di fede non cattolica ma allo stesso tempo insieme ad un altro di fede cattolica.

Per ciò che concerne la registrazione dell’atto di Battesimo nel registro parrocchiale occorre sottolineare che, come nel caso del testimone di un Battesimo previsto dal can. 874 §2, anche in questi casi devono essere annotati il nome e cognome del testimone e le generalità come prevede il can. 877[5]. L’età del testimone di Battesimo\Cresima non viene specificata come nel caso del Matrimonio, dove è richiesta la maggiore età, o nel caso dei padrini dove è richiesta l’età dei 16 anni.

A rigor di logica per l’età del Testimone potrebbe essere applicato come criterio la valutazione del Parroco o del Vescovo Diocesano, come nel caso dei Padrini can. 847 §1 n.2.

Durante  la celebrazione, differentemente dal Padrino\Madrina, al Testimone non deve essere data alcuna attiva partecipazione poiché il loro ruolo è unicamente quello di garanti per l’attestazione dell’avvenuto conferimento del Sacramento. Ogni Vescovo diocesano potrà dare ulteriori disposizioni nel merito del contesto celebrativo.

 

 

 

 

 

 

[1] Concilio ecumenico Vaticano II, Decr. Christifideles laici, 23.

[2] CEI, Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia, 22 maggio 2014, 23.

[3] CES, Orientamenti Generali sul ruolo dei padrini e madrine, 21 ottobre 2016, in http://www.oglrchiesasarda.it/

[4] Can. 1108 § 1. Ea tantum matrimonia valida sunt, quae contrahuntur coram loci Ordinario aut parocho aut sacerdote vel diacono ab alterutro delegato qui assistant, necnon coram duobus testibus, secundum tamen regulas expressas in canonibus qui sequuntur, et salvis exceptionibus de quibus in cann. 144, 1112, § 1, 1116 et 1127, §§ 1-2.

[5] Can. 877 § 1. Parochus loci, in quo baptismus celebratur, debet nomina baptizatorum, mentione facta de ministro, parentibus, patrinis necnon, si adsint, testibus, de loco ac die collati baptismi, in baptizatorum libro sedulo et sine ulla mora referre, simul indicatis die et loco nativitatis.

Orientamenti generali sul ruolo dei padrini e delle madrine

immagine1321-1-1-3-1-1-2-3-1-2-1-1

Sono stati numerosi gli argomenti all’ordine del giorno della Conferenza Episcopale Sarda riunita sotto la presidenza di S.E. Mons. Arrigo Miglio presso il Seminario Regionale a Cagliari, nei giorni 17-18 ottobre u.s. “Orientamenti generali sul ruolo dei Padrini e delle Madrine” e l’introduzione dei “testimoni” nei sacramenti del Battesimo e della Cresima. E’ stato uno degli argomenti trattati dalla Conferenza, sfociato poi in un documento a firma di tutti i Vescovi, rivolto ai sacerdoti e alle comunità parrocchiali della Sardegna. E’ un tema molto sentito, e spesso fonte di malumori e malintesi nelle relazioni tra parroci e fedeli. COMUNICATO – DOCUMENTO –